Speciale Carnevale 2009

CARNEVALE SANGIOVANNESE

San Giovanni Rotondo in alcune tradizioni popolari" è un lavoro di ricerca realizzato nel 1996 dai ragazzi della II B della Scuola Media “C. Galiani”, coordinati dalla professoressa Maria Cusenza.

Per scriverlo, i ragazzi hanno effettuato ricerche e interviste ai “nonni”, e si sono avvalsi dell’opera del prof. Biagio Russo “Quanne…profumi antichi”.  

Ne pubblichiamo un estratto.

“Il Carnevale sangiovannese un tempo era molto diverso da quello odierno. Era una festa popolare cui partecipavano vecchi, giovani e bambini che, raggruppati in comitive di quartiere, si mascheravano.  Anticamente gli abiti erano realizzati dalle abili mani delle sarte o dagli stessi interessati, nei tessuti allora in voga: cotone, raso, flanella.
Nei primi giorni del Carnevale, alcuni gruppi si mascheravano con abiti smessi, e facevano la parodia delle donne e dei personaggi più in vista del paese; altri imitavano “lu spusalizie”.
Nei tre giorni finali, per le vie principali del paese sfilavano gruppi a piedi, o a cavallo, o sui carretti. I cavalli venivano adornati con nastri colorati, con piume variopinte ed in testa un pennacchio.La groppa era ricoperta da un mantello di raso (a volte venivano adoperati i copriletto del corredo matrimoniale delle spose), come pure i carretti venivano riccamente addobbati con nastri e fiori.  
I gruppi andavano nelle case di amici e parenti e cantavano - accompagnati dal suono della fisarmonica, delle nacchere, del tamburello e dell’armonica a bocca - questa canzoncina: “Se nen ce dà lu vine, ce ne jame crà ‘mmatina” (se non ci dai il vino ce ne andiamo domani mattina), e quando il padrone rifiutava di ospitarli, così rispondeva: “De vine nen ce ne stà, jate vinne pure pescrà!, e si continuava così fino a notte fonda.
Tutti i gruppi erano seguiti da musicisti e preceduti da una maschera, “lu Carlucce”, che, accompagnandosi con un mortaio nel quale vi batteva il pestello (lu murtale cullu pesature), cantava così: “Lu murtale cullu pesature mamma lu tene e tata pure”.
Alla mezzanotte del terzo giorno, si celebrava il funerale di Carnevale. Esso era simboleggiato da un pupazzo posto in una bara. Due file parallele di grandi e piccini assistevano al passaggio del corteo funebre. Pianti e lamenti, specialmente della moglie di Carnevale, accompagnavano il defunto. La bara era trainata da un carretto o portata a spalla dai necrofori. Infine il feretro, giunto in Piazza Europa, veniva bruciato e la gente mestamente faceva ritorno a casa.
Tra le maschere tradizionali ricordiamo:
  • LU CARLUCCE

Era la maschera che apriva la sfilata. Indossava una veste di pelle di capra o di agnello, un cappello bianco a forma di cono allungato, alla cui punta vi erano dei campanellini (“Carlucce”, da questo deriva il nome della maschera) e una cintura dalla quale pendevano delle campanelle. Saltava e ballava al ritmo de “lu buchete-e-bù”, de “lu scisciulu”, de “lu murtale” e della fisarmonica.

  • LA PACCHIANELLA.

Portava una gonna rossa a pieghe, lunga fino alla caviglia o a metà gamba, e su ogni piega vi era un nastro variamente colorato. Un gilet attillato, anch’esso abbellito con tanti fili variopinti, veniva indossato su una camicia bianca a maniche lunghe legate a metà braccio da fiocchi rossi oppure da manicotti. La camicia era adornata con pizzi e merletti, mentre sulle spalle e in testa portava un fazzoletto di tulle bianco. Le calze erano rosse e di lana. Le “pianelle” di velluto rosso con la punta e il tacco di pelle nera. I capelli erano intrecciati e tirati su a toupet. Molti monili d’oro coprivano il petto. Gli orecchini erano pendenti e sempre d’oro.

  • LA MONTANARA

Questa maschera indossava una gonna a pieghe o increspata in vita, di un tessuto a fiori, lunga fino alla caviglia. Un gilet di velluto scuro, adornato con nastri colorati o con passamanerie dorate, era portato su una camicia bianca a maniche lunghe legate da un nastro rosso. Un fazzoletto in testa e uno sulle spalle, di seta o di lana a fiori, il grembiule di stoffa scura a fiorellini, le calze scure e le “pianelle” di velluto nero completavano l’abbigliamento. Anche la Montanara portava i capelli intrecciati a toupet e aveva lunghi orecchini pendenti d’oro.

  • LU SCEKAVONE

Era un giovane che sfilava a cavallo. Il cavallo era coperto da un drappo o da una coperta di seta colorata. La coda e la criniera erano intrecciate con nastri colorati. Il cavaliere indossava un vestito di raso lucente e un largo mantello, anch’esso di raso. Portava una borsetta elegante contenente o confetti o coriandoli o petali di fiori che distribuiva durante la sfilata alle belle ragazze.Indossava guanti bianchi.

  • LU PASTORE

Indossava un giubbone di pelliccia di montone, in testa un cappello di pelle o di lana a tre punte, pantaloni di velluto, calze di lana di pecora marroni o grigie e scarpe a punta di pelle di maiale cucite con delle strisce di pelle oppure con spago. Suonava “lu Buchete-e-bù”.

  • LU VECCHIE

Indossava una camicia senza collo bianca o colorata a quadrettini, un gilet, una giacca, pantaloni di velluto marrone lunghi fin sotto il ginocchio, un cappello di feltro nero o un copricapo a triangolo di lana con bon-bon, calze di lana anch’esse con bon bon, uno scialle di lana a fiori sulle spalle e un fiaschetto legato ad una cintura, anch’essa di lana.

  • LI BANNARINNULE

Gruppo di ragazzi di ambo i sessi mascherati da ballerini, che saltavano e ballavano per tutta la durata della sfilata. I balli in voga erano “la tarantella” e la “quadriglia”.

  • LU ZITE E LA ZITA

Indossavano abiti usati per un vero matrimonio: lu Zite, un abito nero, la camicia bianca, la cravatta grigia, i guanti bianchi, le scarpe nere ed a volte un cappello nero. La Zita, un abito bianco lungo fino alle caviglie, in testa un’acconciatura impreziosita da perline o piume bianche dalla quale scendeva lo strascico di tulle bianco (la cherlanda) retto da damigelle, anch’esse vestite di bianco (li vergenalle), i guanti bianchi di pizzo, le scarpe bianche, la corsettina bianca elegantissima piena di confetti di fiori e tulle bianchi. Gli sposi erano accompagnati da un corteo di parenti ed amici, anch’essi elegantemente vestiti, che durante la sfilata distribuivano confetti e coriandoli ai passanti.”

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La Morte di Carnevale

della “Nuova Compagnia di Teatro Popolare” 

Martedì 24 febbraio 2009, durante l’ultima sfilata del 1° Carnevale Intercomunale, a San Giovanni Rotondo va in scena l’antico rituale della “Morte di Carnevale”, un evento culturale interpretato dalla “Nuova Compagnia di Teatro Popolare”. Tradizionali riti pagani, sull’impronta delle antiche danze dionisiache, suoni di corno e cortei, saranno accompagnati da una rappresentazione che vuole celebrare il funerale di Carnevale, con canti, processioni, lamenti prefici e vedove in lutto. Una cerimonia che fa da stura al periodo di divieti e astinenze che è la Quaresima.

La NCTP inscena questo avvenimento in chiave artistica, per una riflessione sull’estrema vanità del mondo, sulla caducità dell’uomo e la sua morte, sull’inevitabile alternanza di gioia e dolore.

La “Morte di Carnevale” trae le sue radici storiche da antichissimi riti pregreci ed è un evento patrimonio della tradizione di molte regioni italiane, soprattutto meridionali. Periodi in cui i lavori stagionali della campagna avevano una tregua, durante il Carnevale i ruoli sociali venivano rovesciati e in cui si potevano liberare finalmente le pulsioni represse della civiltà agropastorale del Meridione. Tradizioni complesse del Mezzogiorno che attingono ai riti del risveglio della natura e ai Saturnalia romani.

Il rito di Carnevale Morto messo in scena dalla NCTP, si sviluppa essenzialmente in un pubblico processo, dopo i lamenti ed il pianto delle vedove inconsolabili.Apre il corteo un monaco pazzo e volgare, dalle fattezze grossolane, accompagnato da un fraticello che porta l’occorrente per la benedizione. A seguire c’è la banda, composta da improbabili musicisti, che alternano marce funebri a balli tradizionali. Subito dietro, c’è il feretro di Carnevale: “un fantoccio di poveri panni imbottito di paglia che oscenamente scopre le vergogne sul davanti, un bisunto cappellaccio, un fiasco tra le rozze braccia”,  portato in spalla da quattro necrofori dotati di fiaschi di vino per ristorarsi durante il tragitto funebre.

Il feretro è seguito dalle sette vedove inconsolabili di Carnevale, tra le quali ne spicca una, incinta, che darà alla luce, alla fine della rappresentazione, il figlio di Carnevale, di nome Carnevalicchio. Seguono le Autorità, vale a dire il Prete, per dare l’ultima benedizione al morto e al popolo, il Notaio che leggerà il Testamento di Carnevale, e il Medico che elencherà le innumerevoli malattie di Carnevale e la causa della sua morte. Alla fine del processo, si canta e si balla attorno al feretro di Carnevale, a esorcizzare la morte e a inneggiare alla vita.

Lazzaro Del Sordo

NCTP 

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CARNEVALE SAMMARCHESE

Pubblichiamo, grazie alla gentile concessione dell’autrice, gli appunti sul Carnevale sammarchese della prof.ssa Grazia Galante.  

La maschera tipica femminile del carnevale sammarchese era la Muntagnòla che era composta di gonna, corpino, camicia, grembiule, calze, copricapo e borsetta.La gonna generalmente era di raso per lo più di colore rosso o verde, lunga fino a sotto il ginocchio, arricciata in vita e adornata nella parte bassa con trine colorate (verdi, gialle, rosse, nere ecc.), disposte parallelamente nel senso della larghezza. Proprio sul bordo venivano cuciti dei campanellini che tintinnavano con il movimento.

La camicia era rigorosamente bianca con la pistagna ornata di merletto bianco. Le maniche erano ampie e rigonfie con il merletto in punta uguale a quello del collo. L’avambraccio era coperto da un polsino di velluto quasi sempre nero, impreziosito da merletti, paillettes, pietre colorate e recante nella parte superiore quattro nastrini colorati, posti a pari distanza lungo il giro, che servivano per legarlo al corpetto. Il corpetto era di velluto nero, ornato di lustrini e ricami nella parte anteriore dove dei lacci colorati intrecciati lo chiudevano sul davanti. Al giro manica portava quattro nastrini a destra e quattro a sinistra, che servivano per legarlo ai polsini.

Il grembiule, per lo più di colore giallo, era a pieghe e non era molto lungo. In testa la muntagnòla portava lu quatte pizze, un ‘foulard’ di forma quadrata, di velluto dello stesso colore del corpetto tenuto con uno spillone che copriva appena la testa. Veniva rifinito con merletto bianco ed al centro abbellito sempre con lustrini e ricami. Le calze potevano essere anche di colore scuro, ma con fasce colorate. La borsetta era di velluto nero rifinita con il merletto bianco che si prolungava formando il manico. La borsetta era utile per contenere i confetti da lanciare durante la sfilata e durante le visite a casa di parenti e amici.

La muntagnòla si adornava le orecchie cu lli ricchjine a ppire o a ccuralle e ccu lli sckavòtte ed il petto cu lla sùstema, lu mazze, lu lacce a ppepignédde ecc. tutti realizzati dalle abili ed esperte mani dei nostri orafi. La maschera maschile non aveva un nome. I ragazzi portavano un paio di pantaloni di velluto marrone a coste alla zuava, una camicia bianca su cui indossavano un gilè. Al collo si legavano un fazzoletto rosso e bianco (maccaturédde de scòrcia), e portavano calze ornate con qualche fiocco. In testa avevano un cappello con un fiocco colorato.

Era usanza nei giorni di Carnevale appendere al centro strada un fantoccio che personificava il Carnevale stesso. La sera del martedì grasso a mezzanotte,mentre le campane della Chiesa Madre suonavano per annunciare l’inizio della Quaresima, i giovani mascherati se ne appropriavano per farne i funerali oppure per bruciarlo e sostituirlo con la quarantana, che serviva per contare i giorni della Quaresima.

Nei giorni di Carnevale il piatto tipico era a base di maccheroni fatti in casa e conditi con ragù di carne di maiale, pietanza che non mancava nemmeno sulle tavole delle famiglie meno abbienti anche a costo di tanti sacrifici (“No mpò passà Carnuuale sènza maccarune”).

I giovani innamorati aspettavano con ansia l’arrivo del Carnevale perché esso costituiva una delle poche occasioni in cui potevano interagire con la donna amata passando davanti alla sua abitazione e lanciando confetti di varia forma.

 

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